Rainbow – Rising

Torno a scrivere sul blog dopo una bella pausa, figlia della poca ispirazione e di un trasloco che mi sta portando via un sacco di tempo. Oggi ho deciso di postare una recensione che ho scritto pochi giorni fa su un album a mio avviso bellissimo, Rising dei Rainbow. E’ un esperimento, visto che mi approccio alla musica da semplice appassionato, ma spero che possa incuriosire chi non conosce il gruppo e trovare d’accordo coloro che invece hanno già avuto modo di apprezzare la bontà dei lavori di Blackmore e co. Buona lettura 🙂

Rising è il secondo album dei Rainbow, gruppo fondato dallo storico chitarrista dei Deep Purple Ritchie Blackmore. Il disco, pubblicato nel 1976, rappresenta probabilmente il punto più alto toccato dalla band britannica nel corso della sua carriera.

Il disco si apre con Tarot Woman. Il pezzo trascina fin dalla intro in un’atmosfera  sospesa, dalle tinte sovrannaturali, in un crescendo di tensione che si rivela essere solo l’inizio di un qualcosa di terribilmente potente: un viaggio nel tempo e nello spazio che colloca l’ascoltatore in un’altra dimensione, un mondo sconosciuto dove la narrazione inizia a prendere forma con l’avvento della batteria. Dopo circa un minuto e mezzo, la durata dell’intro, il viaggio è compiuto – e la storia può iniziare: un vero e proprio debrayage che pone le premesse per il primo dei racconti di cui si compone questo album. La voce potente di uno straordinario Ronnie James  Dio narra di come la donna dei tarocchi, da cui il titolo del pezzo, lo metta in guardia dall’incantesimo dell’amore (Beware of a place, a smile of a brigh shining face), una letale malia da cui non si può tornare indietro senza esserne profondamente trasformati (Her love is like a knife, she’ll carve away you life). La chitarra di Blackmore accompagna la voce di Dio in maniera magistrale, spezzando la parte narrativa del pezzo in due tronconi e sottolineando la pericolosità crescente dell’incantesimo; ma è troppo tardi, non si può tornare indietro. Qualcosa è cambiato per sempre, e Rising è appena iniziato.

Il secondo pezzo è Run With the Wolf, che rispetto a Tarot Woman ha un andamento più lineare: d’altronde chi ascolta è già stato introdotto nel nuovo mondo dei Rainbow. Qui la voce parte subito, parlandoci di una serie di presagi come il suono del vento nella notte, una crepa nel terreno, la caduta della neve: significa che bisogna prepararsi al peggio perché c’è una luce diabolica (there’s an unholy light), occorre star pronti a correre con il lupo. Nonostante il ritmo serrato, Run with the wolf è certamente un pezzo meno potente, sotto tutti i punti di vista, di Tarot Woman, ma riesce comunque ad essere una buona traccia di passaggio per entrare nel cuore dell’album.

Il brano successivo, Starstruck, è molto interessante perché sembra riportare alla nostra dimensione, alla realtà del gruppo, ma non è così: l’elemento soprannaturale infatti persiste, solo che si muove nel mondo della band, e assume le sembianze di una fan un po’ troppo sfegatata (She wants a souvenir, to everyone it’s clear. She’s hooked with one look, she wants a photograph). Ma Ronnie ha capito che non si tratta semplicemente di una groupie esuberante, ma di una vera e propria presenza malevola che lo segue ovunque, come una maledizione da cui sembra impossibile liberarsi. E l’ossessione di questa “presenza” viene perfettamente sottolineata da tutto il comparto strumentale, che non concede tregue – anzi, incalza per tutta la durata della canzone, manifestando ancora una perfetta saldatura tra suono e narrazione, che di fatto si rivelano essere due elementi fortemente concatenati.

Do you close your eyes, il quarto brano, è un classico pezzo hard rock compatto e serrato di 3 minuti, in cui la chitarra di Blackmore dialoga in maniera appassionata con la batteria (stavolta senza concedersi assoli), scandendo un ritmo trascinante e privo di pause. Qui il significato del testo è più ambiguo:  se è vero che la componente fantastica persiste, non è chiaro che cosa essa rappresenti. Resta sicuramente un buon pezzo, che apre la strada ai due veri capolavori dell’album.

E’ a questo punto infatti che si arriva al cuore di Rising con Stargazer, una traccia straordinaria che getta le basi per la nascita del filone epic metal. Ronnie James Dio qui dà il meglio di sé: la sua voce, potente e cristallina al tempo stesso, è impegnata a narrare le immense fatiche di una popolazione tribale che si sacrifica per esaudire il desiderio di un mago/sciamano, una figura semi-divina convinta di poter volare. La chitarra di Blackmore disegna un’atmosfera lontana nel tempo e nello spazio, con picchi che arrivano a ricalcare i versi degli uccelli, con un richiamo immediato al volo e all’ascesa, i temi di questa canzone. Ma la salita si dimostra tutt’altro che un trampolino per la gloria, e lo sciamano si schianta al suolo, trascinandosi dietro i sogni e la speranza della sua gente, che resta orfana della sua guida e del suo ideale. “But why, in all the rain, with all the chains did so many die just to see him fly”. Il pezzo si chiude con un appello disperato: se tutto il dolore, tutta la fatica sopportata non hanno un senso, allora è meglio tornare indietro, riavere almeno un’illusione e tornare a casa.

E a casa si torna con l’ultima traccia, A light in the black, prosecuzione del pezzo precedente. Il narratore è lo stesso di prima, che ci parla dello smarrimento postumo alla fine del sogno (e della vita) dello sciamano. Il ritmo del pezzo è incalzante da subito, la voce di Dio brilla come non mai, come una vera luce – ma non nel buio: è in mezzo alle altre luci splendenti dei Rainbow. Il tornare a casa è visto come un risveglio, un ritorno dentro se stessi e la propria consapevolezza. Finalmente il nostro eroe è in grado di aprire gli occhi e vedere la realtà che finora gli era stata preclusa dall’inseguimento del sogno di qualcun altro. La chitarra di Blackmore è ancora una volta magistrale, raggiungendo l’apoteosi con l’assolo che parte al minuto 2:40 e termina al 6:10: 3 minuti e mezzo di assoluto estro strumentale, 3 minuti e mezzo che scrivono un pezzo di storia della musica. Un assolo lunghissimo, ma che non viene percepito come tale e che si vorrebbe non finisse mai.  Ma, per nostra fortuna, la fine è addolcita dalla voce di Dio, che riprende a cantare il suo ritorno a se stesso e alla vita: la perdita della guida viene qui vista come un’opportunità di rinascita, un’occasione per vedere finalmente le cose come stanno. La stella che brilla lontana è la stella di qualcun altro, non la sua; e l’insegnamento che i Rainbow ci regalano, a conclusione di questo straordinario album, è che bisogna seguire la propria strada e i propri sogni, per essere finalmente liberi di elevarci e raggiungere il posto che desideriamo. Qualunque esso sia.

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