Morale o sociale?

La moralità moderna consiste nell’accettare il metro della propria epoca. Ritengo che, per un qualsiasi uomo colto, accettare il metro della propria epoca sia una forma di immoralità delle più volgari.”

Oggi ho letto questa frase di Oscar Wilde e ne sono rimasto particolarmente colpito. Credo che dipenda dal fatto che spesso, in maniera ciclica ma piuttosto costante, mi trovo a riflettere su come in determinate occasioni sociali ci si senta irrimediabilmente a disagio, fuori posto. Oggi più di prima, contrariamente a quanto si è portati a pensare, la moralità influisce in maniera determinante sulla nostra vita sociale. Mi spiego meglio.

Al giorno d’oggi il concetto di morale è un concetto abbastanza debole, o perlomeno indefinito. Innanzitutto non esiste più (se mai è esistita) una morale. La maggior parte delle persone ha, diciamo, un minimo di morale personale, intesa nel senso di un modo ritenuto giusto per vivere la propria vita – una sorta di “linea guida per sviluppare l’esistenza”. Finché si è da soli o ci si muove in un ambiente familiare e conosciuto va tutto bene. Il problema nasce quando la personalità dell’individuo deve interfacciarsi con quelle del mondo esterno, ovvero quando l’individuale si immerge nel sociale. Uso il verbo “immergere” in maniera non casuale, perché secondo me in questa immersione nel collettivo la morale dell’individuo si diluisce, fino a sospendersi del tutto. A tutti è capitato di dover affrontare situazioni sociali noiose, indisponenti, ansiogene o forzate. Perché si finisce in queste situazioni? E cos’è che ci provoca tanto disagio?

Una chiave di lettura potrebbe essere la narrazione principale che ci giunge dal mondo, ovvero la lettura dominante che la società (intesa qui per comodità in termini assoluti, e facendo riferimento alla nostra cultura occidentale ed europea) ha di esso. In questi termini, la vita (anche sociale) con la sua insita complessità e mutevolezza, nonché personalizzazione, viene ridotta ad un algoritmo, ad un insieme di istruzioni. Ovvero: se fai questo + questo + questo avrai quest’altro. Un paio di esempi: soldi + coca + figa = felicità (stereotipato, ok). O più semplicemente: festa in spiaggia + un sacco di amici + litri di birra = bella serata. Possibile certo, ma non è scontato. Ci si illude di poter trovare chiavi di lettura universali, o comunque valide per un gran numero di persone, quando questo è impossibile. L’individualità di ogni essere umano non può essere mortificata in nome di un’impersonale e aggressiva ricerca di uno standard comune. E’ una sorta di gigantesco luogo comune che ingloba tutti noi, e che viene amplificato dai media, dalla pubblicità, dai social networks.

Credo che la maggior parte delle nostre nevrosi e della nostra insoddisfazione nasca non dalla mancata realizzazione dei propri desideri, ma da un errato riconoscimento degli stessi. Come si può pretendere di essere felici (sereni/realizzati/quello che vuoi tu) se ci si affida ad una chiave di lettura universale? E’ come pretendere di avere una connessione sicura con la password di default del router. Come si può pretendere di essere a proprio agio in qualsiasi occasione sociale se dobbiamo fare cose che non ci interessano o avere a che fare con persone che non ci piacciono solo perché “va fatto”? E perché abbiamo tanta difficoltà ad accettare noi stessi per come siamo e ad essere felici in una maniera diversa rispetto a quella che ci viene passata dal mondo? Non si potrebbe semplicemente mandare a fanculo quello che non ci sta bene, visto che non facciamo del male a nessuno?

Non è così semplice. La società in cui viviamo, così collegata, ci tiene costantemente il fiato sul collo. Abbiamo tutti gli strumenti possibili e le conquiste sociali di secoli di lotta per poter esprimere quello che siamo, ma non ci riusciamo perché sentiamo al collo il giogo invisibile di una narrazione che non ci appartiene. La catena che ci condiziona viene strattonata continuamente: quando accendiamo la tv, quando apriamo facebook, se osserviamo un cartellone pubblicitario. L’unico mezzo che abbiamo per difenderci è la consapevolezza. Essere consapevoli di noi stessi, di quello che ci fa stare bene, di quello che vogliamo. Non c’è un modo standard per aumentare la consapevolezza: ci colpisce quando non ce lo aspettiamo, ma sappiamo che è con noi nei momenti in cui ci sentiamo forti, brillanti, in cui siamo a nostro agio con le persone che ci circondano. E’ in quei momenti positivi che impariamo di più su noi stessi, e sulla strada che dobbiamo percorrere per scrivere il nostro racconto – non copiare quello di qualcuno di cui non amiamo lo stile. Solo esercitando la consapevolezza essa diventerà sempre più automatica e ci permetterà di vivere in maniera positiva e piena, lontano da nevrosi, complessi e forzature sociali.

Se riuscite a farcela i consigli sono ben accetti, visto che vi scrive è il classico che predica bene e razzola male.

P.S. rileggendo mi sono reso conto che ho deviato parecchia da quello che era l’incipit dell’articolo, ma dato che siamo in pochi intimi spero non me ne vogliate.

 

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